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Dal 1960 la posa in opera e trattamento del cotto a Roma

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Piccola enciclopedia del cotto


Indice

Notizie importanti durante la posa

Pretrattamento

Reversibilità

Resine eposidiche e poliuretaniche

Argilla

Cera d'api

Cotto

Efflorescenza

Essenza di trementina

Salnitro

Trattamento

Olio di lino


Notizie importanti durante la posa

Ci sono alcune cose fondamentali da sapere per non creare danni durante la posa in opera. Questa è la fase più delicata per il cotto perché è ancora privo di protezioni, poroso e in genere tenero. Deve subire tutto lo stress della posa, stuccatura, calpestio e la sporcizia di un cantiere. E' fondamentale che questa fase sia eseguita sotto i consigli di chi eseguirà il trattamento. Il pericolo maggiore è rappresentato dal pretrattamento di cui si parlerà più ampiamente di seguito.

Le maggiori attenzioni sono richieste da cotti fatti a mano o artigianali, i cotti industriali infatti sono meno sensibili a macchie di ossidazioni.

Molte delle attenzioni necessarie riguardano la permeabilità al vapore della superficie del cotto. L'esperienza pluridecennale della Artigiana Magi  permette di evitare danni di varia origine ed accompagnare il pavimento verso il trattamento senza nessun inconveniente. Interpellateci per consigli adatti al vostro pavimento.

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Pretrattamento

E' la fase che ultimamente ha creato in assoluto più danni sui pavimenti e serve a rendere più comoda e facile la stuccatura. Il cotto è in genere un materiale molto assorbente e durante la stuccatura spesso si verifica una repentina disidratazione dello stucco che rende difficoltosa la rimozione dell'eccesso di stucco dalla superficie del mattone. Fino a qualche tempo fa si ovviava a questo inconveniente imbevendo il pavimento di acqua fino a saturazione. L'allagamento del pavimento però non sempre era possibile soprattutto per fenomeni di infiltrazione nel solaio sottostante ed in ogni caso resta poi una enorme quantità di acqua da smaltire sotto forma di vapore. Da qualche anno viene usata la tecnica del pretrattamento per impermeabilizzare il cotto prima della stuccatura e si esegue con la stesura sul pavimento di un prodotto chimico. Il problema è che spesso il muratore esegue questa fase di sua iniziativa senza metterne al corrente il committente e soprattutto senza rendersi conto che sta iniziando e compromettendo il trattamento finale. I prodotti per il pretrattamento, che in genere sono venduti dai depositi di materiali edili e dai ferramenta, sono prodotti di bassa qualità e più spesso ancora totalmente inadatti al trattamento del cotto. Se poi ci si aggiunge che quasi sempre sono stesi da persone incompetenti in fatto di trattamento è facile capire come si presenti il danno. Questi prodotti impediscono ai veri prodotti di trattamento di penetrare nel cotto. Spesso sono prodotti irreversibili che ci costringono a lavori di riparazione senza potere eseguire un trattamento completo. Il pretrattamento può essere eseguito a patto che a stendere (e fornire un idoneo prodotto) sia la ditta che eseguirà il trattamento. Essendo la prima fase di trattamento richiede competenza , prodotti idonei e deve fare parte del sistema di trattamento finale.

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Reversibilità

E' fondamentale sul cotto. Il trattamento DEVE essere reversibile, cioè deve potere essere rimosso con deceranti o solventi. Fare un trattamento con prodotti irreversibili (non facilmente rimuovibili) significa condannare il pavimento di cotto a fine certa entro pochi anni o al primo problema. Al contrario, un prodotto facilmente rimuovibile permette, con poca spesa, di ritornare alla situazione iniziale, una sorta di reset per il pavimento, quando se ne presenti la necessità. Abbiamo ripristinato pavimenti di cotto di oltre 400 anni e con risultati eccellenti. Si consiglia un ripristino del pavimento con una cadenza di 20/ 30 anni max.

 

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Resine epossidiche e poliuretaniche

Sono molto difficilmente rimuovibili, o proprio impossibili da rimuovere e assolutamente, se non c'è la certezza di facile rimozione, non devono assolutamente essere utilizzati sui pavimenti di cotto.

 

 

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Il cotto

Il cotto è un materiale edile di produzione artigianale o industriale atto alla pavimentazione e al rivestimento, ottenuto da un particolare trattamento e cottura dell'argilla. A seconda del tipo di argilla utilizzato, lo spettro cromatico può variare dall'ocra gialla al rosso amaranto. E'' un mattone da poroso a molto poroso, generalmente molto assorbente e necessita di un adeguato trattamento per potere raggiungere la bellezza tipica di tale materiale, una facile manutenzione e stabilità negli anni

In passato era usato come materiale povero nell'edificazione di case rurali; oggi è divenuto un materiale pregiato e sempre più richiesto sul mercato.

Il cotto può essere suddiviso in tre categorie:  industriale, artigianale e fatto a mano.

Industriale è quello trafilato a macchina e può essere finito con vari tipi di lavorazione, ad es. arrotato rustico da crudo, liscio o levigato. La trafila produce due mattoni con le facce contrapposte uniti da alcuni diaframmi che saranno poi eliminati nella fase di separazione dei due mattoni. Sul mercato si trovano sia già separati ed imballati che ancora da separare.

Artigianale è prodotto senza macchinari ma utilizzando vari utensili, tipo presse, spatole americane, rulli, ecc. Spesso proposto in grandi formati è realizzato in genere da un impasto di argilla e inerti (pozzolana) ed una finitura superficiale di argilla pura

Fatto a mano è prodotto rigorosamente  con le sole mani, argilla pura e l'utilizzo di una forma in legno. Questi mattoni sono inconfondibili perché hanno una faccia con la sabbia e sull'altra si nota l'impronta della mano del fornaciaro

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Argilla

Argilla è il termine che definisce un sedimento non litificato estremamente fine (le dimensioni dei granuli sono inferiori a 2 μm di diametro) costituito principalmente da allumino-silicati idrati appartenenti alla classe dei fillosilicati.

Utilizzo storico e moderno dell'argilla

L'argilla è malleabile quando idratata e può quindi essere facilmente lavorata con le mani. Quando è asciutta diventa rigida e quando subisce un intenso riscaldamento, diventa permanentemente solida e compatta. Queste proprietà rendono l'argilla, uno dei materiali più economici e largamente usati nella produzione ceramica fin dall'antichità. Le prime testimonianze di utilizzo di questo materiale da parte dell'uomo per creare manufatti risalgono al periodo neolitico, quando i primi oggetti di argilla (ciotole, vasi, ecc.) venivano cotti direttamente sul fuoco.

Vari popoli hanno utilizzato l'argilla per la produzione di manufatti, tra i quali si annoverano gli antichi Egizi, i Persiani e i Cinesi con le loro porcellane e i celadon. Già nell'antichità gli uomini avevano imparato ad aggiungere una polvere silicea al prodotto argilloso prima di effettuare una seconda cottura, allo scopo di migliorarne l'aspetto e la robustezza. Per ottenere questi capolavori è stato necessario provare a variare sia la potenza del fuoco sia l'atmosfera a cui si realizzava la cottura.
L'argilla, attualmente, oltre che nella ceramica, è usata anche in molti processi industriali, come la preparazione della carta, la produzione di cemento, laterizi, filtri chimici.

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Efflorescenza

L'efflorescenza (dal latino efflorescere) è una proprietà di alcuni sali di perdere molecole di acqua di cristallizzazione. Il fenomeno è dovuto alla differenza di pressione di vapore esistente tra il composto idrato e la pressione del vapore acqueo atmosferico. Ciò si traduce nella tendenza dell'acqua di cristallizzazione del composto ad abbandonare il solido passando in fase vapore nell'aria, quando si è in condizioni non elevate di umidità.

In edilizia per efflorescenza si intendono quei depositi di sali solubili, che si formano sulla superficie delle murature a seguito dell'evaporazione dell'acqua nella quale sono disciolti.

Le efflorescenze si possono formare sia all'interno che all'esterno di un edificio danneggiando la pittura e l'intonaco, quando questi sono applicati prima che la costruzione abbia avuto il tempo di asciugarsi oppure in manufatti in esercizio a seguito di fenomeni di risalita capillare o aerosol marini.

Le forme più comuni di efflorescenze sono costituite da depositi biancastri e aspetto cristallino e/o pulvurulento.

Più raramente e in ambienti umidi, quali cantine, grotte e stalle dove è possibile l'azione dei batteri nitrificanti, le efflorescenze hanno un aspetto filamentoso (lanugine bianca ) e in questo caso si parla di efflorescenze di salnitro.

Condizione necessaria alla formazione dell’efflorescenza è la presenza contemporanea di sali solubili e di acqua.

Le efflorescenze infatti sono dovute ai sali solubili che migrano in superficie quando l’acqua nella quale sono contenuti si dissolve evaporando con conseguente asciugatura del muro.

Infatti una volta asciugata la parete, i sali che si concentrano sulla superficie della muratura si cristallizzano.

Il passaggio alla fase solida è seguito sempre da un aumento di volume.

Pertanto se il manufatto durante la sua vita è soggetto a cicli di bagnatura e asciugatura (risalita capillare, aerosol marini, ecc.), l'alternanza della solubilizzazione e ricristallizzazione dei depositi salini superficiali porta allo sfaldamento di intonaci, malte, pitture ecc.

Normalmente l'efflorescenza è un fenomemo superficiale, poiché l'acqua evaporando trascina i sali disciolti verso l'esterno.

Raramente la cristallizzazione avviene in profondità determinando il distacco delle parti più superficiali della muratura (si parla di subefflorescenza) similmente ai fenomeni dovuti all'azione del gelo.

L'acqua può avere origine interna (umidità di costruzione che viene smaltita in un periodo compreso tra 6 e 24 mesi) o esterna (falda acquifera, pioggia, ecc.)

Le efflorescenze comuni derivano, per la maggior parte, dai sali solubili che sono contenuti nei materiali con cui è costituita la muratura, quali ad esempio:

  • i leganti (cemento, la calce idraulica, ecc.)

  • gli inerti

  • i laterizi.

In questo caso le efflorescenze sono esteticamente fastidiose ma innocue poiché temporanene perché scompaiono normalmente dalle nuove costruzioni entro il primo anno dalla loro realizzazione.

Quando i sali provvengono da fonti esterne quali il terreno, la falda acquifera, o l'aerosol atmosferico (zone marine), le efflorescenze che si formano (per effetto ad esempio della risalita capillare dell'acqua proveniente dal suolo) possono avere effetti dannosi a seguito dei predetti cicli di bagnatura e asciugatura.

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La cera d'api

 

La cera d'api è un prodotto dell'apicoltura. E' la base della cera di finitura dei trattamenti classici e moderni, solitamente mescolata con cera di carnauba ed essenza di trementina

La cera è secreta dalle api di una ben determinata età in forma di sottili scaglie. Le scaglie sono prodotte dalle api operaie, di età compresa tra i 12 e i 17 giorni, mediante otto ghiandole situate nella parte ventrale dell'addome, per la precisione sui lati interni degli sterniti (le protezioni ventrali presenti in ogni segmento del corpo). La cera è prodotta nei segmenti addominali dal 4 al 7. La dimensione di queste ghiandole dipende dalll'età dell'operaia.

Le api mellifere usano la cera d'api per costruire le celle del loro favo, dove vengono cresciute le larve e depositati miele e polline. Affinché le ghiandole possano secernere la cera, la temperatura dell'alveare deve essere compresa tra 33 °C e 36 °C e le api devono consumare una quantità di miele di circa otto volte superiore in peso. Si stima che le api volino per 530.000 km per raccogliere 1 Kg di miele. Quando gli apicoltori vanno ad estrarre il miele, disopercolano ogni cella, cioè ne recidono la copertura. Essa può avere un colore variabile dal giallognolo al brunastro, a seconda della purezza e del tipo di fiore raccolto dalle api. La cera dei favi di covata tende ad essere più scura di quella proveniente dai favi di miele, dal momento che le impurezze vi si accumulano più velocemente. A causa di tali impurezze, la cera deve essere trattata prima di qualsiasi utilizzo: lo scarto che ne deriva si chiama feccia della cera.

La cera può essere ulteriormente purificata mediante riscaldamento in acqua e utilizzata per costruire candele, lubrificare cassetti e finestre, o lucidare il legno e pavimenti di cotto.

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Essenza di Trementina

L'essenza di trementina o spirito di trementina o acquaragia è un liquido che si ottiene per distillazione in corrente di vapore dalla trementina, una resina delle conifere.

Viene usata come solvente nell'industria delle vernici e delle pitture, sebbene ultimamente sia stata sostituita con altri solventi a base di idrocarburi; per la sua azione rivulsiva è talvolta usata in farmacia.

Si conoscono quattro metodi di estrazione dell'essenza di trementina, a seconda di quale parte dell'albero si usa per ottenerla:
  • Quella della resina, in cui la quantità di essenza di trementina si attesta al 25%, che viene estratta al vapore dall'essudato di pino.
  • Quella del legno, che può essere estratta tramite solventi dai durami del tronco lasciati fermentare una quindicina d'anni.
  • Quella dei rami secchi o del tronco, ottenuta fornendo calore.
  • Quella della polpa di legno, nell'industria della carta quando si separa la porzione resinosa dalla polpa.

Bolle tra i 155° e 170° ed ha una densità compresa tra 0,85 e 0,87. È incolore, ma ha un odore penetrante, dovuto anche alla sua elevata evaporazione.

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Salnitro (nitrato di potassio)

Il nitrato di potassio è il sale di potassio dell'acido nitrico. A temperatura ambiente è un solido cristallino incolore, dal sapore leggermente amarognolo, solubile in acqua. È comunemente noto anche con il nome di salnitro o nitro.
In natura si può trovare sotto forma di efflorescenze in ambienti umidi, quali cantine, grotte e stalle, dove è possibile l'azione dei batteri nitrificanti. Il questi casi il salnitro si presenta come una specie di lanugine bianca che si forma sulle superfici umide quali pareti, pavimenti, ecc. Durante la decomposizione aerobia o anaerobia di sostanze azotate, l'azoto viene liberato sotto forma di ammonio. La trasformazione di ammonio in nitrato (NITRIFICAZIONE) viene effettuata dai batteri nitrificanti. Questi batteri partecipano indirettamente anche alla demolizione di cemento e calcare perchè ossidano ad acido nitrico l'ammonio derivante da fonti come l'urea presente negli escrementi animali. Il salnitro si forma quindi con l'umidità, in presenza di gas ammoniacali, per dissociazione di urea in presenza di calcio (dal carbonato di calcio degli intonaci).

Cenni storici

Il nitrato di potassio veniva usato come detergente già dagli antichi romani ed era conosciuto come nitro. Non vi erano ai tempi sempre corrette distinzioni di nomenclatura tra i vari tipi di sali. Esso veniva appellato natrium in latino, nitron in greco e neter in ebraico che significa effervescente.

Anche Plinio nell'opera Naturalis historia (cap. XXXVI, verso 65) cita il salnitro come elemento all'origine della scoperta del vetro. Viene narrato infatti di una nave fenicia di mercanti di nitro approdati su una spiaggia dove si accinsero a preparare la loro cena. Non trovando pietre su cui poggiare i pentoloni, utilizzarono pani di nitro da loro trasportati i quali, sotto l'effetto del calore della fiamma e mescolandosi con la sabbia della spiaggia, diedero origine a rigagnoli lucenti di un liquido ignoto identificabile chiaramente come vetro.

In passato si sfruttavano i depositi naturali dell'India e dell'America meridionale, dove però è presente in quantità inferiore rispetto al sale di sodio. Vi era poi la pratica diffusa di costruire nitrerie artificiali, in cui il nitrato di potassio veniva preparato mescolando ceneri, terra e materiale organico (come ad esempio la paglia e il letame) formando un blocco generalmente alto un metro e mezzo, largo due metri e lungo cinque. Il mucchio veniva poi messo al riparo dalla pioggia, tenuto bagnato con l'urina e rigirato spesso, per accelerare la decomposizione. Dopo circa un anno veniva poi lavato con acqua. Il liquido ottenuto, ricco di nitrato di potassio e altri nitrati, veniva quindi purificato e cristallizzato. Dato che fino alla seconda metà del XIX secolo la polvere da sparo fu l'unico esplosivo disponibile, è facile immaginare l'importanza strategica che ebbe il controllo dei pochi giacimenti.

Precauzioni

Il nitrato di potassio è pericoloso perché comburente: innesca fiamme se a contatto con elementi combustibili come carbone e saccarosio. Se è puro non è infiammabile.

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Trattamento

Il trattamento del cotto si compone con una serie di azioni e stesura di materiali  tese a rendere il cotto  non poroso, antimacchia e antisalnitro. Si compone di varie fasi che iniziano con il lavaggio (pulizia da tutti i residui di cantiere e di posa in opera o di tutte le vecchie cere o sporcizia in caso di cotto antichi o già usati). Una delle cose più importanti nel trattamento di cotto, e che quasi mai viene presa in considerazione, è la reversibilità, ossia la possibilità di rimuovere tutto ciò che viene steso sul pavimento. Il pavimento di cotto nasce per durare svariate generazioni e in questa ottica è basilare poter ritornare sempre alla situazione iniziale cioè il pavimento nudo privo di cere e trattamenti. Un trattamento non reversibile determina la fine del pavimento alla prima necessità di  "resettare" il trattamento.

In alcuni cotti, prevalentemente gli artigianali e fatti a mano, è indispensabile anche mantenere la traspirabilità del trattamento perché il cotto può cedere umidità (assorbita quando sono presenti condizioni ambientali più umide, ad esempio in estate), con un trattamento non traspirante si potrebbe verificare una formazione di condensa sotto lo strato filmante. Tale fenomeno in genere si manifesta con la formazione di macchie e chiazze biancastre sul pavimento.

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Olio di lino

Utilizzato fino a pochi decenni fa nel trattamento del cotto era una buona base per la finitura a cera d'api. I problemi legati all'utilizzo di questo sistema di trattamento l'hanno ormai relegato al passato. Sebbene sia tutt'ora possibile eseguire il trattamento con questo sistema se ne evita sempre l'utilizzo (a meno che non ci siano richieste specifiche) perché non offre la minima protezione dal salnitro, richiede tempi di asciugatura molto lunghi ed offre poca protezione.

L'olio di lino si ottiene dalla spremitura di semi di lino precedentemente tostati, quindi subisce alcuni procedimenti di chiarificazione e di filtraggio, tra cui il più comune è la semplice esposizione ai raggi solari, in vasi di cristallo ermeticamente chiusi.

Nell'antichità si dedicavano particolari cure alla chiarificazione e al filtraggio di quest'olio (pulendolo ad esempio con l'azione di polvere di silicio) per limitarne il principale difetto: l'ingiallimento

Attenzione: stracci di cotone imbevuti d'olio di lino ed esposti ai raggi solari possono provocare autocombustione con i conseguenti pericoli d'incendio.
In commercio spesso si trova l'olio di lino cotto ed è utilizzato come legante per vernici o, da solo, per la finitura di superfici in legno. Col riscaldamento, l'olio di lino subisce una polimerizzazione e una ossidazione, diventando più denso e con un tempo di essiccazione minore.

Al giorno d'oggi la maggior parte dei prodotti etichettati "Olio di lino cotto" sono in realtà costituiti da una combinazione di olio di lino, solventi derivati dal petrolio ed essiccanti metallici. L'uso di essiccanti metallici rende questo tipo di olio inadatto per usi alimentari.

Sono disponibili alcuni prodotti che contengono esclusivamente olio di lino cotto mediante trattamento termico senza esposizione all'ossigeno. L'olio di lino cotto col solo trattamento termico è più denso e secca molto lentamente. Questi olii sono di solito commercializzati con la definizione "polimerizzato" o "stand-oil", sebbene alcuni possano essere semplicemente definiti "cotti".

 

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